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Induce Act, è ancora bufera

Scritto da Antonio Munari

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Il provvedimento con cui i senatori Usa Hatch e Leahy intendono spazzare via praticamente tutto quel che possa ricollegarsi alla musica on line torna sotto una nuova veste. Più moderata? Niente affatto, secondo gli oppositori
Masterizzatori, programmi per la creazione delle playlist musicali, dispositivi Wi-Fi. Sono soltanto alcune delle categorie di hardware e di software sulle quali soffia la minaccia del nuovo Induce Act, altrimenti conosciuto come Inducing Infringement of Copyrights Act.
La nuova stesura della controversa proposta di legge bipartisan presentata a giugno dai senatori americani Orrin Hatch (repubblicano) e Patrick Leahy (democratico) circola tra i membri della commissione giudiziaria del senato Usa da venerdì.

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Chi ha potuto scorrerne il contenuto ha trovato per prima cosa la conferma del suo tema di fondo, già emerso con estrema chiarezza nella prima versione, e che sembrava fosse stato attenuato in quella successiva, vale a dire la possibilità di condannare qualunque soggetto che induca intenzionalmente una persona a violare il copyright.
Quel che più spaventa i fautori della libertà di espressione e le altre voci critiche che, numerose, si sono volute finora pronunciare nel merito del provvedimento è la modalità con cui si punta il dito sulle tecnologie reputate illegali. Troppa è la genericità, argomentano i critici, con cui si tratta la materia e pertanto, qualora la proposta dovesse passare nella forma in cui è attualmente, avrebbe un effetto devastante sull’innovazione e sul diritto dei consumatori di poter utilizzare le tecnologie come meglio credono.

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