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Ladri di clic

Scritto da Martina Zavagno

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Le frodi in Rete non finiscono mai. Torna alla ribalta lo scandalo dei furti ai danni degli inserzionisti pubblicitari
Le frodi in Rete non sono, purtroppo, una novità. Sono rare ma esistono, così come nel mondo reale. Abbiamo già sentito storie di numeri di carta di credito rubati, indirizzi e-mail indebitamente sottratti e pagamenti effettuati per servizi inesistenti o prodotti mai consegnati. Che però ci fosse in giro qualcuno che si ingegna a rubare clic nei messaggi pubblicitari, in pochi se lo sarebbero immaginato.
La notizia rimbalza in questi giorni dagli Stati Uniti dove, da una ricerca della società ClicLab, è emerso che le frodi ai danni degli inserzionisti “pay-per-clic” sono all’ordine del giorno, e i clic “rubati” possono superare addirittura il 50 per cento del totale dei clic registrati (e pagati).

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Il modello Ppc
Il modello di pubblicità on line “pay-per-clic” (Ppc) è quello, per intendersi, offerto da Google AdSense o da Overture, in cui gli inserzionisti pagano non per le impression (il numero di volte che il loro annuncio viene visualizzato), bensì per i clic che il messaggio promozionale riceve.
Il “furto” consiste nel fatto che navigatori non interessati al contenuto dell’annuncio cliccano intenzionalmente su di esso allo scopo di truffare gli inserzionisti. Infatti, se i clic vengono effettuati da utenti cosiddetti “non qualificati”, aumenta in maniera esponenziale la spesa da sostenere nella campagna promozionale, oppure il budget giornaliero prefissato viene velocemente dilapidato con clic non rilevanti.
Dato che i clic incriminati non sono un paio ma, spesso, centinaia, se non migliaia, dietro a queste truffe ci sono vere e proprie associazioni a delinquere che assoldano navigatori in tutto il mondo o realizzano software appositi. Già un anno fa, infatti, su un giornale indiano era apparsa la notizia di un nuovo, redditizio lavoro, per giovani e casalinghe, pagati per navigare e cliccare sulla pubblicità della concorrenza. Ora lo scandalo è tornato alla ribalta, curiosamente, proprio nei giorni in cui Google è approdato in Borsa.

Secondo Mauro Lupi, Presidente di AdMaiora, società specializzata nella promozione sui motori di ricerca, parlare di 50 per cento dei clic rubati è senz’altro esagerato in generale ma, nei settori dove la competizione è maggiore (soprattutto quelli B2B) e i bid (nei motori di ricerca a pagamento, il “bid” è la quota da pagare per ottenere un determinato posizionamento per una parola chiave) per clic raggiungono i 20/30 dollari, la lotta diventa serrata e non sono esclusi i colpi bassi. Sempre secondo Lupi, una stima più equilibrata è che nei settori dove la competizione sposta il bid sopra i 3-4 dollari a clic, il 20 per cento di clic registrati è fraudolento.

Caccia al ladro
Come capire se qualcuno ci sta rubando clic? A dire la verità non sempre è facile accorgersi della truffa dato che i clic possono essere fatti sia manualmente che con sistemi automatici. Senz’altro però è utile (ed opportuno) tenere sotto controllo le statistiche di accesso (i log file), osservando le Url dalle quali provengono i visitatori e, soprattutto, monitorando i comportamenti delle persone sul sito, con particolare riguardo al numero di pagine visitate, alla durata delle visite e ai tassi di conversione. Partendo da questa analisi è possibile rendersi conto di eventuali anomalie come, per esempio, l’aumento esponenziale dei clic su una certa parola chiave in una determinata fascia oraria, o un numero di clic elevato al quale però non corrispondono altrettante page view o un tasso di conversione adeguato.
Se si ha la certezza di essere stati truffati, è poi necessario rivolgersi - dati alla mano - ai servizi di assistenza del motore di ricerca con il quale si sta realizzando la campagna promozionale (che, in teoria, ha a disposizione i mezzi per garantire che queste frodi non accadano) per chiedere un risarcimento.

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