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Verso il nuovo governo di Internet
Dopo più di un anno di conflitti e crisi, il nuovo organismo per la gestione dei domini inizia a prendere corpo. Una struttura meno “americana” e più rispettosa delle esigenze degli Stati. Con più spazio per le imprese ma meno per i netizenLa recente conferenza di Rio de Janeiro dell Icann (The Internet Corporation for Assigned Names and Numbers), nella speranza di molti, dovrebbe aver segnato la prima tappa non più in salita nel percorso di riforma dell’organismo che sovraintende all’assegnazione e alla gestione dei domini Internet.
Come spiega nella nostra intervista Bruno Piarulli, amministratore delegato di Register.it, il risultato principale del meeting ha riguardato il tema della regolamentazione della Rete, con la proposta di attribuire ai registrar la responsabilità di controllare, almeno una volta l’anno, la veridicità dei dati che i loro clienti hanno inoltrato registrando il loro dominio. La proposta è piuttosto radicale. Se in seguito al controllo i dati non risultassero veritieri, darebbe al registrar la facoltà di cancellare il dominio registrato in forma anonima.
Alcuni, in particolare in Europa, avrebbero preferito che questo obbligo fosse accompagnato dalla facoltà, da parte dei registrar, di stipulare contratti nei quali sia prevista la riservatezza dei dati da parte dell’assegnatario del dominio, ovvero, la possibilità di non renderli pubblici all’interno del servizio Whois dello Iana. L’accoglimento della proposta, peraltro, avrebbe forse favorito la crescita di un mercato della registrazione “riservata” di domini più trasparente e aperto di quello attuale, affidato per lo più a servizi come Go Daddy, che - per una decina di dollari in più rispetto alla registrazione ordinaria - registrano nel servizio whois i dati di una propria società affiliata (Domains By Proxy) in luogo di quelli del cliente.
L’Icann tuttavia ha deciso diversamente, confermando la scarsa sensibilità degli americani per una tutela della privacy regolamentata, che responsabilizzi il registrar senza spingerlo a fare da prestanome.
La seconda novità è stata l’elezione, al vertice dell’organizzazione, dell’australiano Paul Twoney, il primo non americano nella storia dell’ente. Una decisione salutata da alcuni come il segnale di un’inversione di tendenza di Icann volta a farne un organismo con un’impronta più internazionale e meno americana.
In realtà l’Australia, come il Canada, è un paese dalla visione piuttosto affine a quella degli Stati Uniti. Tuttavia Paul Twoney, spiega Stefano Trumpy, del Governmental Advisory Commitee dell’Icann, «ha una notevole esperienza negoziale e dovrebbe contribuire ad allentare le tensioni».
Di tensioni, effettivamente, ce ne sono state parecchie. L’Icann, come è noto, è un organismo di diritto privato al quale, attraverso il famoso Memorandum of understanding, il Dipartimento del Commercio americano ha delegato la gestione del sistema dei nomi di dominio e di allocazione deigli indirizzi Ip. Chiusa la (fin troppo) entusiastica parentesi della elezione At large membership, il primo tentativo di democratizzare e internazionalizzare l’organismo, il nodo di bilanciare efficienza e rappresentatività è venuto ben presto al pettine.
Nel febbraio 2002 è così iniziato quel percorso di riforma dell’ente ancora in corso, avviata dal presidente Stuart Lynn, condensato nelle Recommandations for the Evolution and Reforms of Icann del maggio dello stesso anno, ora nelle diplomatiche mani di Paul Twoney, l’australiano. Un passaggio di consegne, quest’ultimo, al quale non sono state forse del tutto estranee le polemiche dell’ultimo anno. Dalle accuse di intrasparenza finanziaria di Karl Auerbach, membro at large membership del consiglio direttivo dell’Icann, alle rivendicazioni sfociate nel rifiuto da parte di buona parte dei 240 membri europei, durante il meeting di Bucarest del giugno successivo, di pagare la quota annuale di iscrizione.
Da allora, nonostante la lettera al Dipartimento del Commercio americano, inviata da un nutrito drappello di registrar, nella quale si esortava a proseguire sulla via delle riforme, le polemiche - in particolare con le registration authority di alcuni governi - non si sono del tutto placate. Benché la direzione sembri ormai definita.
Come testimonia lo stesso Trumpy, gli europei «hanno effettivamente minacciato una scissione della funzione Iana relativa al data base dei registri così detti country code», che nel 90% dei casi vengono registrati nel vecchio Continente [per esempio .it, .uk, .de, .fr]. La contesa ha riguardato l’eccessiva influenza di Icann sulle policy e pratiche commerciali delle registration authoriy nazionali, le quali rivendicano il diritto di essere soggette, casomai, alle sole autorità e alla legislazione dei rispettivi stati.
Ciononostante, il processo di riforma di Icann sta comunque andando avanti. «Al di là di posizioni forti di alcune registration authority, come quella tedesca (.de) e inglese (.uk), la Commissione Europea tratterà i temi caldi direttamente con il Dipartimento del Commercio del governo americano».
Quanto alla querelle sull’assegnazione all’Icann di un ruolo più o meno tecnico oppure politico, prosegue Trumpy, la riforma dovrebbe limitare il ruolo politico alle questioni più strettamente collegate all’assegnazione dei nomi a dominio e allocazione dei numeri Ip. Mentre, per quanto riguarda gli aspetti di Internet governance di interesse pubblico, dovrebbe rafforzare la collaborazione con enti internazionali quali Wipo (World Intellectual Property Organization), Itu (International Telecommunication Union e Oecd (Organisation For Economic Co-operation and Development). Se questa collaborazione funzionerà bene, Icann dovrebbe evitare di essere accusata di invasione di campo».
Una strategia che punta a riequilibrare i poteri degli Stati, tra loro e in rapporto agli interessi d’impresa coinvolti (dalle telecomunicazioni all’editoria, all’entertainment). Ma che non sembra lasciare ai netizen del mondo lo spazio loro concesso in quel primo esperimento di “democrazia elettronica globale” che fu l’elezione at large membreship. Come qualcuno ha commentato, non c’è democrazia senza una vasta e consapevole partecipazione del corpo elettorale. E 35.000 elettori (tanti furono i votanti) non possono fare testo. Verissimo. Bisognerebbe ricordare, tuttavia, che da sempre l’avvio di un processo democratico coinvolge per molto tempo piccoli numeri. Un’alternativa credibile, quindi, andrebbe comunque trovata.





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