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L’industria musicale va a caccia di pirati: ma è tutta colpa loro?

Scritto da Roberto Carminati

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Fimi e Fpm, con la benedizione di Ifpi, presentano gli inquietanti risultati di una maxioperazione condotta dalle polizie di quattro diverse nazioni. La pirateria (on-line) dilaga, ma è davvero l’unica responsabile del crollo di vendite del disco?
File sharing sotto accusa nell’incontro organizzato dalla Federazione dell’industria musicale italiana e dalla Federazione contro la pirateria musicale sotto l’egida della International federation of the phonographic industry. A ispirare l’appuntamento sono infatti i clamorosi risultati di un’offensiva internazionale contro i più massicci fenomeni di scambio illegale di materiali audio (e non solo), magari aggravati dallo scopo di lucro.
In Italia, Germania, Danimarca e Canada le autorità giudiziarie hanno rovistato fra i nodi della Rete evidenziando ampiezza e capillarità del fenomeno pirateria. Altrettanto devastanti per l’industria sono dati, sondaggi e stime per il futuro più o meno immediato. Partiamo dalle operazioni di polizia. In Danimarca hanno condotto a una diffida per 120 utenti P2p, invitati a risarcire i detentori del diritto sui materiali scaricati/scambiati al fine di non incorrere in cause civili. Denunce civili per violazione del copyright hanno colpito 29 canadesi e nella Repubblica federale tedesca la stessa infrazione condurrà a un’azione penale contro 68 cittadini. Il quadro italiano richiede una descrizione più dettagliata.
I numeri parlano infatti di 30 denunce penali - questioni di copyright - e di 50 computer (o hard disk) sequestrati. Sotto sequestro anche 50 mila file “illecitamente duplicati e distribuiti”, mentre nel contesto del blitz la Gdf ha denunciato o segnalato all’Interpol quasi 160 fra cittadini italiani e stranieri coinvolti in un traffico a sfondo pedo-pornografico.

Musica, file sharing e denaro
» Le note in arrivo dalla Rete
“È solo l’inizio”, ha chiarito il direttore generale di Fimi Enzo Mazza, mentre insieme al segretario di Fpm Luca Vespignani continuava a snocciolare cifre e a sottolineare l’attenzione con cui si è cercato di distinguere fra gli utenti occasionali, sui quali non ci si è voluti accanire, e quanti invece mettessero a disposizione dai 600 ai 3.000 file, magari traendo contemporaneo guadagno dalla vendita di Cd o di spazi pubblicitari. Questo nonostante il fenomeno sharing sia in sensibile crescita anche presso i più o meno consapevoli teenager (si noti che l’età media dei denunciati è comunque relativamente bassa: 30 anni).
Le fasi successive alla manovra, ribattezzata “Clone attack”, hanno visto un netto decremento dei server Opennap, evoluzione open source di Napster in grado di interconnettere una molteplicità di serventi per la diffusione di materiali di ogni tipo. Dai 42 calcolati al 16 febbraio (prima della retata) si è passati ai 9 del 1 marzo e ai 7 contati una settimana dopo. Analogamente gli utenti sono calati da 160 mila e 303 a 27 mila e 304, laddove i file disponibili sono scesi a 4 milioni 625 mila e 938 dal picco di quasi 56 milioni e 600 di febbraio.

Fosche nubi all’orizzonte
La “confindustria” dei discografici non può permettersi di gioire. Le stime di medio-breve termine cui si accennava più su le offrono infatti motivi di inquietudine. In un paese relativamente arretrato quanto alla diffusione della banda larga come l’Italia già 3 milioni e 250 mila individui si dichiarano utenti del P2p illegale, mentre quasi 4 milioni e mezzo prevedono di farlo, a dispetto delle campagne informative sui rischi del fenomeno promosse e in promozione da parte di Fpm e Fimi e a dispetto del moltiplicarsi dei luoghi del download legale, oggi coordinati e pubblicizzati anche dal portale ad hoc pro-music.it.
Leitmotiv delle attività a tutto campo delle Federazioni internazionali è però la costante erosione (che alcuni hanno però messo in dubbio) delle vendite di Cd singoli e album e il conseguente crollo di valore del mercato musicale italiano e straniero. Un mercato che in Italia generava nel 1999 (ante-Napster) ben 381 milioni di euro e che oggi ne fattura soltanto 314, con una perdita di 7 punti nel solo 2002 e del 14% nell’ultimo quadriennio: -6,72% per le vendite di album; -21,19% per i singoli.

Sin qui le cifre, che giustificano gli allarmi delle Riaa all’europea e il loro appoggio incondizionato all’azione poliziesca. Quel che non guasterebbe è un tentativo di analizzare le responsabilità dell’industria nella creazione di un panorama tanto desolante. Contrariamente a quanto Vespignani e Mazza sembrano credere, infatti, l’impressione è che il costo al dettaglio dei compact disc nuovi abbia seguitato a crescere nel corso degli anni e che le riduzioni di prezzo abbiano riguardato soprattutto i titoli già da tempo presenti nei cataloghi “Special price”.
Accanto a quelli del prodotto-disco lievitano il valore economico del merchandising e dei concerti, i cui listini proibitivi non contribuiscono certo al contenimento di fenomeni come la contraffazione e il bagarinaggio, non a caso in ottima salute. I portavoce di Fpm e Fimi si dicono inoltre convinti dell’effettiva validità della proposta musicale on-line legale. Un’occhiata alle offerte di Vitaminic o di Cd.rai.it incrementa però i dubbi in proposito anziché dissiparli. Sono giustificabili i 77 cent richiesti per scaricare una composizione di Maurizio Albano (non: Paul McCartney)? E sebbene “nuovo” e “stupendo” (così nel sito di Cd.rai) il singolo di Anastacia vale davvero un download da 1,49 euro? In altri termini: quali vantaggi comporta la permanenza nella legalità a fronte di un esborso da circa 15 € per archiviare 10 canzoni su Pc senza la vera qualità audio di un Cd e senza packaging a corredo? Quesiti strategici e commerciali, che non hanno nulla a che fare con i blitz della Finanza e che in pochi, pare, hanno voglia di porsi.

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