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Spoofing, il nemico numero uno del peer to peer

Scritto da Fabio De Lorenzi

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Un esperimento condotto nei laboratori dell’università privata di Tulsa potrebbe rivelarsi un efficace deterrente contro lo scambio illegale di materiali on line. E trasformarsi naturalmente in una appetitosa sorgente di introiti per i suoi ideatori
L’Università privata statunitense di Tulsa ha messo in archivio di recente l’agognata quindicina di minuti di popolarità.
Protagonista principale del felice evento è una coppia di informatici formata dal professore John Hale e dal suo studente Gavin Manes. Intermediario, il peer-to-peer. O meglio, quel suo sottoinsieme comunemente definito “spoofing”.
In pratica, l’ateneo ha avuto addosso i riflettori delle cronache hi-tech per aver inventato un imbroglio. Perché è proprio in questo consiste lo spoofing.
La trovata dei due accademici poggia infatti su un meccanismo che, attraverso speciali strumenti, è in grado di riconoscere automaticamente quali sono i file illegali che circolano tra i network del file sharing P2p. Ognuno dei documenti individuati viene replicato infinite volte e rimesso in circolo. Simile all’originale soltanto all’apparenza, ogni clone è in realtà un fake, un file fasullo mascherato da file buono, privo di contenuto o reso inutilizzabile.

Pro o contro il file sharing?
» Tutto sullo scambio on line
Questa straordinaria ridondanza dei materiali fallaci finisce per sommergere quelli funzionanti riducendo al lumicino la possibilità che vengano trovati. A rendere il tutto efficace è il fastidio che dinamica genera nell’utente. Un fastidio che non tarda a trasformarsi in frustrazione e infine in un efficace deterrente generale alla pratica del file swapping.
Chi mastica di P2p potrà facilmente percepire, attorno all’idea, un non so che di già sentito. Vecchia almeno quanto è vecchio il file sharing stesso, la tecnica è stata rinvigorita dal brevetto appena accordato dall’Ufficio americano deputato a questa tipologia di attività, il quale ha ricevuto la richiesta di approvazione nell’ormai lontano anno 2000, proprio alla vigilia del grande boom del peer-to-peer.

Ottenuto il brevetto, i due intendono ora procedere nel percorso canonico per questo genere di attività, tentando di sfruttarne le potenzialità a fini commerciali. Si indirizzeranno alle società che producono software offrendo la possibilità di integrare la tecnologia nei loro applicativi.
Oppure potranno decidere di rivolgersi direttamente alle industrie dell’entertainment - e alle rispettive lobby - che già oggi hanno in essere sui network le loro iniziative di spoofing facendo uso delle soluzioni proposte da società specializzate quali Media Defender oppure Overpeer. Quest’ultima, peraltro, detiene già un paio di brevetti analoghi a quello ottenuto di Hale-Manes, per l’esattezza uno in Corea e l’altro in Germania, ai quali si aggiungono tre richieste inoltrate all’Us Patent e tuttora prive di risposta.

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