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Icann, dichiarazione d’indipendenza a Kuala Lumpur
L’Associazione che sovrintende all’assegnazione dei nomi di dominio prende le distanze in maniera sempre più decisa dagli Stati Uniti e in particolare dal loro Dipartimento del commercio. Battesimo ufficiale, poi, per Ipv6Icann vuole diventare grande e affrancarsi dai genitori, o meglio dallo zio: lo zio Sam, naturalmente. A Kuala Lumpur, dove l’organismo che sovrintende ai domini Internet è impegnata nel suo meeting, è stato annunciato che sono stati completati sette dei 24 adempimenti necessari per affrancare Icann dal Dipartimento del commercio statunitense, e trasformare l’associazione in un’agenzia soprannazionale dotata di un governo proprio, indipendente da quello a stelle e strisce.
Il presidente Paul Twomey, comprensibilmente soddisfatto, ha dichiarato che “Icann sta facendo il giro di boa verso la piena indipendenza delle sue funzioni, sotto la sua struttura globale e insieme alla sua comunità internazionale”.
Una pietra miliare verso l’indipendenza Icann l’aveva già raggiunta nel marzo scorso al meeting di Roma, dove era stato fondato il cosiddetto “braccio politico” Ccnso (Country code names supporting organization). Tale organismo riunisce tutti i nomi a dominio nazionali (per esempio l’italiano .it) e dimostra la volontà degli uomini di Twomey di giocare la partita della delocalizzazione di Icann e il suo avvicinamento agli oltre 750 milioni di utenti nel mondo. Con tutti i problemi tecnici che ciò comporta, primo tra tutti l’uso di alfabeti non latini per scrivere i nomi dei domini Internet.
Il meeting italiano aveva fatto una prima timida apertura verso alcune lingue, in particolare quelle che usano i caratteri cirillici (come il russo) e arabi. In Malesia l’ente per l’assegnazione dei domini va oltre e affronta il nodo principale, quello delle lingue asiatiche, tecnicamente molto più complesse ma anche politicamente irrinunciabili per un’Icann che vuole diventare veramente mondiale: metà delle persone che hanno un accesso veloce al Web vivono a est degli Urali, e qui si sta lentamente, ma inesorabilmente, spostando il centro di gravità di Internet.
Siti infiniti
Il proliferare dei siti asiatici, dovuto alla primavera digitale di nazioni ultrapopolate come l’India e la Cina, mette Icann anche di fronte al problema che in futuro gli indirizzi Internet potrebbero non bastare per tutti.
Giova ricordare che i nomi mnemonici, per esempio www.mytech.it, non sono altro che “etichette” appiccicate a una targa numerica, il cosiddetto “indirizzo Ip”. Quando gli indirizzi Ip saranno tutti usati, non ci sarà più la possibilità di registrare altri domini Internet.
Per scongiurare l’esaurirsi di questa risorsa preziosa, Icann tira fuori dal cilindro una rivelazione-bomba: il protocollo Ipv6, “una nuova generazione dell’attuale protocollo Ipv4, che garantisce migliaia di miliardi di nuovi indirizzi Web”, sarebbe già stato implementato nei “root server” che stanno alla base di Internet. Grazie a Ipv6 non ci saranno più preoccupazioni nel collegare a Internet non solo i computer ma anche tutte le centinaia di milioni di device portatili, come palmari e telefonini, sparsi nei cinque continenti.
L’ “Ip shortage”, cioè l’esaurimento dei “vecchi” indirizzi Ip, era un rischio non solo teorico; già oggi sono stati bruciati due terzi dei numeri assegnabili col vecchio protocollo, senza contare che la fetta più grossa della torta era riservata ai soli utenti statunitensi. Secondo Wint Cerf, con Ipv6 gli indirizzi Ip disponibili si moltiplicheranno per 25mila miliardi di volte: infiniti indirizzi per infiniti oggetti collegati al Web. Senza contare che Ipv6 è anche più affidabile e stabile del vecchio Ipv4, che comunque continuerà a coesistere col nuovo standard per almeno vent’anni. Giusto per poter fare marcia indietro nel caso in cui qualcosa dovesse andare storto.





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