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Italiane rapite: se l’angoscia viene dal Web
Sull’onda dell’emozione per la sorte delle due italiane rapite in Iraq, in molti si chiedono perché i siti usati dai fondamentalisti siano ancora online e non vengano espulsi dalla comunità Internet, chi li gestisce e soprattutto perché, risalendo a ritroso il percorso dei messaggi bellicosi, non si possa arrivare a mettere le mani sul loro autore. Domande legittime, che meritano risposte articolateSono ore drammatiche quelle che ruotano intorno all’incerta sorte delle due volontarie italiane rapite in Iraq. E ad aumentare l’ansia, ecco il crudele stillicidio di rivendicazioni, grida, minacce e proclami di morte che vengono da Internet.
PERCHÉ LA RETE NON ESPELLE I TERRORISTI
Messaggi di dubbia autenticità, ma che gettano in un indubbia angoscia gli amici degli ostaggi, le loro famiglie e i milioni di persone che seguono con ansia l’evolversi degli eventi.
Sull’onda dell’emozione, in molti si chiedono perché i siti usati dai fondamentalisti siano ancora online e non vengano espulsi dalla comunità Internet, chi li gestisce e soprattutto perché, risalendo a ritroso il percorso dei messaggi bellicosi, non si possa arrivare a mettere le mani sul loro autore.
Domande legittime, che meritano risposte articolate.
Tecnicamente non sarebbe difficile mettere al bando i siti, anzi, nel recente passato è stato fatto; anche i Talebani afgani avevano un sito ufficiale, www.taleban.com, che è stato oscurato dopo l‘11 settembre.
Difficile dire se qualcuno abbia voluto togliere agli “studenti di Dio” la possibilità di far sentire le loro ragioni, o se sono stati i talebani stessi a staccare la spina al loro server nel momento in cui la situazione è precipitata.
Quel che è certo è che talvolta i siti vengono messi fuori combattimento dalla reazione spontanea di hacker inferociti e talvolta poco informati.
Come è successo al sito ufficiale del governo afghano, tornato online dopo un periodo di oscuramento.
In realtà, c’è da augurarsi che nessuna testa calda si metta in testa di scatenare un assalto informatico spontaneo contro i siti usati dai fondamentalisti per i loro deliranti proclami: in un momento di crisi non è proprio il caso di tagliare un importante canale di comunicazione e di potenziale trattativa.
SCIACALLAGGIO: PREZZO DA PAGARE
Il prezzo del poter prima o poi stabilire un contatto con chi ha in mano gli ostaggi è il dover subire lo sciacallaggio di chi approfitta della situazione per cercare visibilità, e bisogna accettarlo, anche se non è facile.
Assodato che sarebbe una pessima idea oscurare i siti “fondamentalisti”, resta da capire chi li gestisce.
Nelle ultime ore, le rivendicazioni sul rapimento di Simona Pari, Simona Torretta e i due volontari iracheni sono state “postate” sul server www.ansarnet.ws, registrato nelle isole Samoa occidentali (Al Ansar in arabo significa “colui che aiuta”, termine che un tempo designava i successori di Maometto e oggi indica piuttosto gli zeloti dell’Islam).
Isole che nulla hanno a che fare col mondo arabo, essendo a metà strada tra le Hawaii e la Nuova Zelanda e abitate per lo più da polinesiani di religione cristiana.
Una visita al sito http://samoanic.ws, che gestisce il dominio .ws per conto del governo dell’arcipelago rivela che ansarnet è stato registrato il 31 maggio scorso da Go Daddy Software (www.godaddy.com), uno dei maggiori grossisti di domini degli Stati Uniti.
Una visita agli elenchi delle aziende americane con il compito di registrare i domini dei siti dice che il dominio è stato registrato dalla società Al-ansar Net con sede a Londra e ci rivela nome, indirizzo e numero telefonico di chi gestisce il sito.
Informazioni che chiunque può trovare in cinque minuti, non c’è bisogno di essere la Cia o Sherlock Holmes.
Dunque si tratta di un sito che agisce alla luce del sole, e ospita un forum in lingua araba; molto probabilmente questo ha fatto sì che i fondamentalisti lo usassero come vetrina per i loro comunicati. Una scelta apparentemente casuale; d’altronde sarebbe difficile immaginare dei terroristi talmente ingenui da registrare un sito in prima persona, quando basta sfruttarne uno che c’è già.
La notorietà sembra infastidire i webmaster di Ansarnet, che nella home page si affrettano a spiegare che saranno rimossi i messaggi che apparentemente provengono da gruppi terroristici, e già che ci sono minacciano di azioni legali i giornalisti che mettono in relazione il sito con le attività dei fondamentalisti.
Lasciando alla magistratura il compito di vagliare la posizione legale del sito, resta ancora un’ultima domanda: si possono rintracciare nei meandri della Rete gli autori dei proclami terroristici?
AUTORI RINTRACCIABILI?
La risposta è “forse”. Sicuramente i militanti fanno il possibile per non lasciare traccia del loro passaggio; i messaggi potrebbero per esempio essere inviati da netcafé pubblici.
Ce ne sono dappertutto, anche in Iraq, ma non è per nulla scontato che le rivendicazioni partano dal martoriato paese mediorientale, potrebbero venire praticamente da qualsiasi angolo del globo. In ogni caso, il messaggio conterrà l’indirizzo Ip della macchina da cui è partito, dunque in teoria si potrebbe sapere quale computer ha spedito il messaggio.
Con appositi programmi di tracciamento è facile risalire all’intero percorso che un email proveniente, poniamo, da Baghdad ha fatto per arrivare alle Samoa occidentali.
Peccato che in pratica le cose non siano così semplici; l’esperienza dello spamming insegna che il protocollo della posta elettronica non è per nulla blindato. Gli spammer sanno benissimo come fare a nascondersi nelle pieghe del Web.
Una delle tecniche più semplici consiste nell’impossessarsi di un mail server mal configurato per trasformarlo in una base di lancio per messaggi indesiderati; così gli inquirenti possono arrivare solo al server “preso in ostaggio” dai terroristi e non a quello dell’autore del messaggio.
Insomma, se un seccatore sa come nascondersi per proporci di comprare il Viagra, figuriamoci se non lo sa fare un gruppo terrorista organizzato.
Ciò non toglie che esistano sistemi di sorveglianza della rete fin troppo invasivi: uno per tutti Echelon, sistema spionistico nato per controllare gran parte delle comunicazioni via e-mail, telefono, fax e telex in ogni angolo del globo, che sicuramente avrà le orecchie ben spalancate sulle zone calde.
Bisognerà vedere se il grande fratello elettronico è veramente così potente e indiscreto come si favoleggia.
Quel che è certo è che nella sporca guerra tra spie e terroristi non è solo la pace a perderci, ma anche la privacy di tutti noi.





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