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Web 2.0, (quasi) un manifesto. Riassuntivo
Ormai se ne sono accorti (quasi) tutti: è il momento del web versione 2.0. Qui la posta in gioco è più alta di altre mode Internet del passato recente. D’altra parte, il concetto è nebuloso e quindi difficile da afferrare e definire.
Sì, perché non c’è una definizione precisa di cosa sia il web 2.0. Web 2.0 non è niente di nuovo, ma in realtà è composto da tante cose più o meno nuove.
Internet, in diretta Affronteremo qui una delle tante sfaccettature di Web 2.0. So già che non accontenterò tutti o che molti non saranno d’accordo, ma dobbiamo pur iniziare da qualche parte, giusto?
Vediamo prima di tutto di fare un po’ di chiarezza e dire subito cosa Web 2.0 NON è. Web 2.0 non è un nuovo protocollo, né una nuova architettura o un nuovo standard. E gli attori in gioco non sono sono gli sviluppatori, né solo gli autori, né solo i lettori. Nel web 2.0 c’è posto per tutti.
Web 2.0 è fondamentalmente un nuovo modo di intendere la rete, una nuova “filosofia”. Senza cercare paragoni altisonanti e forse ridicoli, è come se chi usa a diversi livelli il web si fosse - neanche tanto improvvisamente - reso conto che non è il sole a girare intorno alla terra, che Tolomeo forse non aveva poi ragione, che il sito web non è più al centro della rete.
E chi lo è invece? Quello che avrebbe dovuto esserlo fin da subito: il contenuto, l’informazione, l’interazione.
Basta guardare come la rete si sta trasformando. Google Maps mette a disposizione le piantine del pianeta, e decine di altri siti le utilizzano come mattoncini Lego per costruire i più diversi servizi , senza preoccuparsi minimanente di come possa aver fatto Google a realizzare il suo prodotto. Invece di reinventare ogni volta la ruota (in questo caso le mappe), perché non utilizzare già quello che c’è, in modo che l’informazione venga trasformata e arricchita?
Chi installa un weblog potrà forse farsi affascinare dall’Html, ma la maggior parte dei webloggers non saprebbe scrivere un link senza errori. Perché quello che interessa al weblogger è parlare, esprimersi, non giocare con il codice. Perché è il contenuto che conta. E oggi tutti possono dire quello che pensano per pochi centesimi (grassroot journalism), tanto che anche il ruolo del giornalista sta mutando.
Chi carica una foto in Flickr (dal web, via email, dal cellulare) sa che ha modo di visualizzarla in un sito, nel proprio weblog e anche nell’aggretatore Rss. Quello che gli interessa è l’informazione e non dov’è, perché sa che può essere replicata ovunque con sforzo (quasi) nullo. Questo è solo un assaggio di cosa possa significare Web 2.0, anche se c’è chi, come Tim O’Reilly, si è divertito a realizzare grafici di una complessità quasi esasperante sull’argomento. Tutto corretto; e avremo tempo in futuro di affrontare altri aspetti.
Tutto rose e fiori nel web 2.0? Forse no. Cosa succede se chiudono Flickr o del.icio.us? Io non dormirei più la notte. Ma anche questa è un’altra storia.
Riassumerei questa prima escursione nel mondo del web 2.0 con questo mini-manifesto:
servizi, non siti
informazione, non dati
autori, non utenti





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