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La partita delle nuove reti banda larga
In Europa e negli Stati Uniti stanno venendo al pettine i nodi e le spine delle next generation network, cioè le reti banda larga di nuova generazione, in via di costruzione. In Giappone e Corea del Sud sono già disponibili: su fibra a 100 Mbps, sono in grado di dare accesso a Internet, voce, Tv, tutto con alte prestazioni. Meglio delle attuali reti Adsl 2 Plus, saranno il punto di incontro dei servizi e dei contenuti banda larga.Internet, telefoni e dintorni Il business dei business. Il problema è che rischiano di sconvolgere i rapporti tra i concorrenti nella telefonia e aprire la porta a nuovi monopoli. È un nodo che le Autorità che regolamentano il settore si troveranno presto ad affrontare, ovunque: prepariamoci, perché se ne parlerà molto nei prossimi mesi.
Il punto è che solo operatori con grosse risorse si possono permettere l’upgrade al next generation network. In Italia, probabilmente soltanto Telecom, che è infatti la sola a parlare, oggi, di un progetto di next generation network su fibra a 100 Mbps, con tecnologia Vdsl. Sarà varato nel 2008.
Forse anche Wind avrebbe le risorse per l’upgrade della rete, ma è ancora tutto da vedere. Se le reti su doppino di rame passeranno alla nuova generazione, a partire dalle grandi città, per gli altri operatori sarà quindi vitale accedervi, tramite offerta all’ingrosso di Telecom; potere utilizzare la rete per continuare a competere sul mercato.
Se solo Telecom potrà offrire 100 Mbps, con Ip Tv ad alta definizione, chi prenderà l’Adsl di altri operatori, 4-5 volte più lenta? Non solo, il problema impatta anche sulla telefonia fissa in generale: se la nuova rete sarà chiusa ai concorrenti significa che non ci potrà essere unbundling; gli utenti saranno scoraggiati a mettere il proprio telefono in mano a un operatore alternativo, perché non vorranno perdere i vantaggi dei 100 Mbps.
Il mercato europeo, dove le quote di mercato sono in genere ancora molto concentrate negli ex monopolisti, non si può permettere che la nuova generazione sia loro appannaggio. Ecco perché sulla questione è già intervenuta la Commissione Europea, in Germania. L’Autorità di regolamentazione tlc tedesca in un primo momento aveva promesso a Deutsche Telecom che non l’avrebbe obbligata ad aprire il nuovo network; ma è notizia di qualche giorno fa il dietro front: ora le ha chiesto di fare accordi con i concorrenti, ottemperando alle istanze della Commissione.
Gli ex monopolisti in Italia e Germania non sono d’accordo nel condividere la rete, perché dicono che sono frutto di nuovi e ingenti investimenti (3 miliardi di euro, nel caso tedesco). L’obbligo a condividere li scoraggerebbe a investire ancora e quindi frenerebbe l’innovazione. D’altra parte, anche la morte della concorrenza sarebbe un freno all’innovazione, quindi le Autorità del settore si trovano di fronte a una scelta difficile.
Quanto è avvenuto in Germania potrebbe essere un buon segno per i concorrenti; sta prevalendo la tesi, ribadita dalla Commissione e dall’Autorità tedesca, che la nuova rete, anche se frutto di investimenti recenti, non apra un mercato vergine, ma insista su quello tradizionale di rete fissa. Secondo le regole europee, infatti, solo sui nuovi mercati gli operatori dominanti possono essere sollevati da obblighi.
Negli Stati Uniti è diverso: una sentenza della corte federale, la settimana scorsa, ha ribadito che i grossi operatori non devono essere obbligati a condividere le nuove reti in fibra (le stanno costruendo AT&T e Verizon). Ha protestato Earth Link, un operatore americano minore, paventando rischi alla concorrenza; ma negli Stati Uniti le quote di mercato sono meno concentrate che in Europa. Anche lì in problema potrebbe presentarsi in futuro, però, perché alla luce delle recenti fusioni il mercato di rete fissa sembra ormai schiacciato su un duopolio: di AT&T e Verizon, appunto.





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