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Google e il problema della privacy
Il gigante dei motori di ricerca è una minaccia per la privacy? Non ci sono troppi dubbi, secondo i risultati di uno studio condotto da Privacy International: tra i 22 fornitori di servizi online presi in esame, Google è l’unico che rappresenta “un rischio endemico per la privacy” e che adotta “pratiche di sorveglianza totale nei confronti degli utenti”.In diretta dalla Rete La capacità dell’azienda californiana di ottenere e rintracciare informazioni personali sui singoli utenti sarebbe elevatissima, sostengono gli esperti di Privacy International. L’associazione, con sede a Londra, è a capo del network internazionale che ogni anno assegna il Big Brother Award: un “antipremio” ideato per i soggetti che violerebbero la privacy e rappresenterebbero un serio rischio per la collettività.
Google ha risposto alle accuse attraverso le dichiarazioni di Nicole Wong, rappresentante legale del gruppo: “Siamo amareggiati dai risultati del rapporto di Privacy International”, ha detto la Wong, “fondato su numerose conclusioni inaccurate e fraintendimenti sui servizi offerti da Google”.
Il colosso californiano è immediatamente corso ai ripari. Con una manovra chiaramente strategica, l’azienda ha colto l’attimo per decidere di limitare la conservazione dei dati personali di tutti gli utenti europei. Una mossa necessaria per evitare attriti con i garanti europei della privacy, che nei mesi scorsi hanno avanzato dubbi sulle pratiche impiegate da Google per la gestione dei dati sensibili. Negli Stati Uniti Google è finito nel mirino degli organi federali di vigilanza proprio per via dei limiti alla conservazione dei dati: ciascuna informazione ottenuta dagli utenti viene immagazzinata nei server dell’azienda per un massimo di 18 o 24 mesi.
Non finisce qui: Google avrebbe accusato Privacy International di aver deliberatamente attaccato la multinazionale di Mountain View, poiché finanziata provenienti da marchi concorrenti. Un assalto immediatamente respinto da Simon Davies, direttore di Privacy International: “Ci è stato riferito che secondo Google esiste un conflitto d’interessi tra Privacy International e Microsoft”, ha scritto Davies in una lettera aperta rivolta alla direzione di Google, “ma presumo che queste dichiarazioni siano motivate dal fatto che Microsoft abbia ottenuto una valutazione migliore rispetto a quella di Google”.
In effetti, Privacy International non ha risparmiato nessuno tra le 22 aziende censite: neanche un’azienda è riuscita a ottenere una valutazione totalmente positiva. Soltanto Bbc, eBay, Last.fm, LiveJournal.com e Wikipedia hanno registrato un giudizio vagamente positivo. Questi cinque “buoni”, sostengono i membri di Privacy International, sembrano essere coscienti dell’inviolabile diritto individuale alla riservatezza dei dati sensibili.





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