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Censura in Birmania, la parola agli esperti

Scritto da Tommaso Poggiali

Credits: Laura Saldarini
Il consorzio OpenNet Initiative ha pubblicato un rapporto sullo stato di Internet in Myanmar in seguito alla rivolta dei monaci buddhisti. La giunta militare è arrivata a chiudere del tutto le connessioni verso l’estero ed è terrorizzata dalla Rete
La giunta militare di Than Shwe ha in mano il paese e tutti i mezzi di comunicazione. Lo sappiamo grazie al coraggio dei blogger e alla potenza di Internet.
Internet Malgrado la morsa della censura, le immagini e i resoconti della rivolta dei monaci buddhisti hanno raggiunto tutto il mondo sfruttando pochi e temporanei spiragli di libertà. La Rete, secondo Stephanie Wang di OpenNet Initiative, è stata la vera protagonista di questo dirompente evento politico e mediatico, che ha messo a nudo le atrocità commesse dai soldati di Than Shwe.

Wang, affiliata al prestigioso consorzio che riunisce gli atenei di Oxford, Cambridge, Toronto e Harvard per lo studio della censura online, ha realizzato uno studio che dimostra come il regime sia terrorizzato dalla Rete e sia arrivato a chiudere completamente il traffico dati verso l’estero. Il fuoco delle proteste è stato spento non solo con i fucili, che hanno portato alla morte di un numero ancora imprecisato di dimostranti, ma anche chiudendo i “rubinetti” di telefonia cellulare e connettività Internet durante i giorni più caldi.

Il 29 settembre, quando le proteste hanno raggiunto il culmine, la Birmania è sparita dalla mappa globale di Internet. Finora, nella storia della censura online, soltanto il monarca del Nepal aveva adottato una misura così drastica. Sempre per mettere a tacere una rivolta: nel caso del Nepal si trattò dell’insurrezione armata dei ribelli maoisti.

Dopo il 29 settembre il governo birmano ha introdotto un coprifuoco che, al giorno d’oggi, permette di connettersi a Internet soltanto in orari notturni. La velocità di connessione è instabile: la capacità di invio dei dati viene abbassata a seconda della situazione politica, così da rendere più difficile la disseminazione globale d’informazioni.

I due provider nazionali filtrano un gran numero di siti Web stranieri, nonché il traffico di posta elettronica. L’accesso ad alcuni servizi di posta “neutrali”, come Google Mail, è possibile soltanto grazie a traballanti server proxy abusivi messi in piedi da utenti azzardati.

Lo scorso 12 ottobre il Ministro della Difesa ha inoltre preso le redini di Myanmar Posts and Telecom, l’operatore già sotto il controllo dello stato. L’altro Isp, BagaNet, non è certo in acque migliori: i circa 300000 utenti Internet birmani non possono accedere né alle piattaforme per blog né agli innumerevoli servizi di Yahoo e Google, senza contare i siti dei grandi quotidiani internazionali.

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