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Neutralità di Internet e peer to peer: gli Usa fanno avanguardia
Dagli Usa arriva un brutto vento per i provider a cui piace filtrare il traffico degli utenti, in particolare il peer to peer. Il presidente della Fcc (Federal Communications Commission, l’Authority tlc americana), durante un intervento alla Stanford University Law School, ha tuonato in modo netto e deciso contro i filtri di Comcast, provider Usa finito nel mirino di autorità e di consumatori per questa pratica.
Connessi connessi Così, mentre continuano le varie class action contro Comcast, Fcc comincia a prendere una posizione esplicita contro i filtri. Anche se la decisione ufficiale dell’Autorità, a riguardo, deve ancora arrivare (è attesa nei prossimi giorni), sembra ormai molto probabile che Comcast avrà la peggio. Già infatti il presidente di Fcc ha dichiarato che Comcast viola principi base su cui si sono retti finora i servizi Internet. Comcast è colpevole di aver violato la trasparenza dei servizi, di avere sottratto agli utenti la libertà di usare tutte le applicazioni Internet. Comcast - come altri provider, del resto - ha infatti ostacolato il peer to peer a bella posta, inserendo pacchetti Rst su protocollo Tcp/Ip, i quali impediscono ai client peer to peer di scambiare dati all’interno del network.
Il presidente di Fcc annuncia quindi che intende stabilire regole più stringenti per limitare le policy di gestione di traffico (traffic shaping) dei provider. L’idea è che le regole dovranno distinguere tra un traffic shaping lecito, quanto inevitabile (fatto per quality of service e quindi per gli interessi degli utenti) e un traffic shaping da vietare, perché lesivo delle libertà degli internauti. Il secondo si distingue dal primo perché ostacola in modo sistematico alcune applicazioni.
Va tenuto conto anche che il peer to peer non è solo pirateria, ci sono scambi di file leciti (si pensi al download di distribuzioni Linux) e a servizi peer to peer che non solo file sharing (Skype, Joost, Babelgum). Ad oggi i filtri non possono discriminare tra peer to peer pirata e non. Bloccare il peer to peer significa quindi mutilare Internet di uno degli strumenti più innovativi e potenti per la comunicazione di dati.
Resta ora da chiedersi quale strada potranno prendere i provider e i detentori di diritto d’autore per contrastare la pirateria, visto che questo tipo di filtri potrebbe presto diventare illecito. Certo, le major continuano a fare lobby chiedendo alle autorità del settore, esplicitamente, di concedere deroghe alla net neutrality. Per ora però non sono riusciti nell’intento. L’altra strada che stanno battendo (con maggiore successo) è ottenere leggi per obbligare i provider a tagliare fuori dalla rete gli utenti colti a scambiare file pirata. Anche questa è però una soluzione gravata da alcuni punti interrogativi. Come faranno le etichette a scovare gli utenti peer to peer, se non facendo attività di monitoraggio, le quali però potrebbero essere dichiarate illecite? Violano infatti il diritto degli utenti alla riservatezza, come riconosciuto da poco dal nostro Garante della privacy.
Dovrebbero allora affidare le investigazioni alle sole autorità (polizia postale), facendo denunce contro anonimi. È poco immediato, però, scovare così i pirati - non a caso i produttori di contenuti per accelerare le cose erano passati a investigazioni fai da te, su reti peer to peer. Finora, inoltre, le denunce si sono rivelate incapaci di frenare la pirateria. Forse la sola via d’uscita praticabile, per ridare fiato all’industria del disco e dei film, è creare servizi online che davvero siano interessanti e completi per l’utente finale, senza compromessi nella qualità e nella libertà d’uso dei file. Ancora i servizi disponibili lasciano qualcosa a desiderare, soprattutto in Italia (dove manca per esempio Amazon Mp3 e il download di film via iTunes).





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