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Fibra a tutti: serve l’aiuto dello Stato
Un’ipotesi continua a raccogliere proseliti, dapprima solo da parte di esperti e guru (come Stefano Quintarelli) e ora anche dalle autorità di settore: perché l’Italia superi l’impasse dei ritardi sulla banda larga, serve che vari soggetti si rimbocchino le maniche e ognuno collabori come può: operatori grandi, piccoli, Telecom Italia, lo Stato, le pubbliche amministrazioni locali.
Uno sforzo collettivo, insomma, perché per dare la Next generation network all’Italia servono circa 10 miliardi di euro, secondo Telecom; 15, secondo l’Autorità Garante delle Comunicazioni (Agcom).
Con questo termine, Ngn, si possono intendere varie cose, ma nello specifico è il progetto di portare la fibra ottica quanto più vicino possibile agli utenti. Premessa per avere fino a un Gbps nelle case e per supportare la quarta generazione di reti mobili e quindi la banda larghissima ovunque, a basso costo, anche in mobilità. Il problema è che è un progetto fin troppo ambizioso. Ad oggi la sola Telecom non se lo può sobbarcare. A piano, infatti, per ora ha messo la copertura solo di poche migliaia di famiglie tra Roma e Milano con fibra nelle case e prevede investimenti solo nell’ordine di centinaia di milioni nel medio periodo.
In Estremo Oriente l’Ngn è invece già a buon livello di sviluppo (c’è già un Gbps), grazie al sostegno economico dato dallo Stato alle nuove reti. Negli Usa, invece, l’Ngn è favorita da una situazione regolamentare che ha permesso il crearsi di un duopolio perfetto tra gli operatori. Le normative europee però ad oggi impediscono sia la prima (aiuti di Stato) sia la seconda (deregolamentazione dell’Ngn) soluzione. Non a caso, quindi, anche il Regno Unito, la Germania, la Francia, la Spagna, i principali Paesi europei insomma, si trovano nella stessa impasse che affligge l’Italia. Il problema è che l’Italia ha bisogno più degli altri di infrastrutture nuove per la banda larga. La diffusione della banda larga- come confermato da un rapporto Ocse uscito in settimana- è in ritardo in Italia infatti proprio a causa della carenza di infrastrutture alternative. Di reti via cavo coassiale, in particolare.
Ecco quindi la proposta di Agcom: lo Stato aiuti (almeno) con la deburocratizzazione delle opere necessarie per posare la nuova rete e che costituiscono il 90 per cento del costo. Magari, anche con la loro detassazione. Anche le amministrazioni locali potrebbero agevolare gli operatori, invece di porre paletti e divieti (come fanno ora, in molti casi). Dopotutto, l’arrivo di nuove infrastrutture fa comodo anche a loro. E al Paese tutto: migliorerebbe il prodotto interno lordo dell‘1,6-2 per cento, stima Agcom.





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