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P2P, pericolo per chi scarica giochi

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Scritto da Giulio Boresa

Fino a 16 mila sterline chieste per un videogame pirata. Il risarcimento record è per un download di Dream Pinball. Le aziende sono al grande attacco, nel Regno Unito

Scaricare videogame non è mai stato così pericoloso. Soprattutto nel Regno Unito, per opera di alcune aziende che però potrebbero decidere di estendere presto la propria azione anche da noi. Una ridda di produttori di videogame ha cominciato un’azione legale in coro contro chi scarica o condivide videogame. Hanno intimato direttamente 25 mila famiglie britanniche: o pagate un risarcimento di 300 sterline o vi portiamo in tribunale. È un po’ com’è successo da noi con il caso Peppermint, che però poi si esteso- prima di essere bloccato dal nostro Garante della Privacy- anche ad aziende di videogame. Tra cui Techland, che è una delle protagoniste dell’azione ora in corso nel Regno Unito, insieme con Aari, Topware, Interactive, Reality Pump e Codemaster.

Si sono avvalsi dello studio di avvocati Daveport Lyons. La prima vittima ha subito un destino peggiore: è una donna disoccupata e madre di due bambini; le hanno chiesto 16 mila sterline di risarcimento per un download pirata di Dream Pinball (di Topware). Ha inciso il fatto che il gioco in 15 giorni ha venduto 800 copie ma è stato scaricato 12 mila volte.

Hanno ottenuto i nomi delle famiglie facendo causa ai provider Internet, appunto com’è avvenuto da noi, e si sa che nel Regno Unito la privacy è meno tutelata che in Italia (Londra trabocca di telecamere). Hanno ottenuto dai provider un ulteriore gruppo di 5 mila nominativi, a cui pure chiederanno un risarcimento.

Il caso fa scalpore non solo per le modalità-carro armato con cui le aziende sono arrivati a contattare direttamente gli utenti per avere un risarcimento; ma anche perché l’industria dei videogame in passato è stata poco protagonista di azione di questo tipo, prerogativa invece dei discografici e dei produttori dei film. In particolare Riaa (i discografici USA) si è distinta per cause contro i singoli utenti peer to peer, laddove invece in Italia ci si concentra di più sui gestori dei server. La strategia di Riaa l’ha resa piuttosto impopolare e per la prima volta, ieri, ha avuto un effetto collaterale: è stata condannata a pagare 108 mila euro di risarcimento a una donna accusata ingiustamente di download pirata.

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