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Australia, giro di vite su Internet

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Scritto da Piero Babudro

Allo studio un super-filtro che bloccherà il traffico degli internauti australiani verso siti hard e filo-terroristici. L’iniziativa fa discutere e parte la polemica. Semplice prevenzione o attacco alla libertà? 

 

La crescita della Rete è inarrestabile. Giorno dopo giorno, tanto che parlarne in termini di “fenomeno” pare riduttivo perché la relega a semplice appendice del quotidiano

Si tratta piuttosto di una realtà consolidata, di un mondo parallelo eppure unito al nostro. Ci insegna a sviluppare nuovi forme di comunità, a preferire la condivisione gratuita di contenuti ed esperienze. Ci indica possibili modelli di business alternativi, crea nuove opportunità per il singolo, le istituzioni e le aziende. Si è intromessa nella nostra quotidianità al punto che, banalmente, sembra impossibile prenotare una vacanza senza aver spulciato una decina di siti web, o trattenersi dall’aggiornare amici vicini e lontani su ogni nostra minima attività.

Eppure, in quanto spaccato e prolungamento della realtà, la Rete ospita anche aspetti più spiacevoli. Proprio per questo Internet continua a essere temuta, specie a livello di istituzioni. È un tema di cui si torna periodicamente a parlare e, nelle ultime settimane, diversi indizi disseminati qua e là ci suggeriscono l’arrivo di un’altra ondata di apprensione. Da più parti si parla di regolamentazione della Rete, di registrazione obbligatoria per i blog e alcune tipologie di siti web. YouTube si riscopre moralista e inizia a censurare contenuti sconveniente. Nel Regno Unito, Wikipedia – incalzata dalla Internet Watch Foundation – blocca l’accesso alla copertina di Virgin Killer degli Scorpions, con il tacito consenso di provider come Virgin Media, O2, Easynet, PlusNet, Demon e Opal Telecom, fin troppo zelanti nel reindirizzare il traffico degli utenti.  

Per simili iniziative, occorre spostare lo sguardo a ciò che sta accadendo in Australia. Lì il Governo è sul punto di testare un enorme filtro che bloccherà l’accesso dei navigatori a contenuti pornografici o collegati in qualche modo al terrorismo internazionale. L’iniziativa fa parte di un piano da 82 milioni di dollari varato lo scorso maggio allo scopo di proteggere i minori e bloccare il download di materiale illegale da circa 10 mila siti web. A schedare il lato oscuro della Rete ci penserà l’Australian Communications and Media Authority, lo stesso organismo che vigila sui contenuti dei film. Da qui le proteste di associazioni di consumatori, opposizione e aziende, che a vario titolo criticano l’opportunità di un simile provvedimento. Il “walled garden” australiano finirebbe per rallentare la velocità complessiva delle connessioni – dicono –, non è una misura adatta a combattere l’illegalità in Rete e contrasta con i principali diritti dei cittadini. 

In attesa di ulteriori sviluppi e prese di posizione, la riflessione da fare riguarda il più ampio rapporto tra Stato e individuo. L’affermarsi della Rete come spazio di partecipazione democratica e orizzontale ha reso gli utenti particolarmente allergici a qualsiasi forma di controllo. Si è imposto così un sentire comune all’insegna del “lassez-faire tecnologico” che porta a non accettare intromissioni o diktat esterni. Ci sono altre strade, si dice. Si potrebbe puntare a un maggior coinvolgimento delle associazioni dei consumatori, educare nelle scuole a un uso intelligente e sicuro dei nuovi media, coinvolgere le famiglie, gli operatori del settore, il mondo del non-profit. Insomma, si potrebbero fare molte cose.

E invece no. In nome della dottrina dell’intervento preventivo si preferisce colpire tutti per evitare che qualcuno corra un determinato rischio. Può funzionare come approccio? O si tratta solo del vecchio “sorvegliare e punire”? 


 

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