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Web 2.0: il nuovo volto dell’informazione online
Dall’edizione 2008 del report di The Bivings Group emergono i principali trend in atto tra le testate americane
La questione è delle più dibattute e riguarda l’impatto di Internet sull’industria della carta stampata. Tuttavia, è bene ritornare sull’argomento, non tanto per elencare le singole iniziative o ipotizzare la “next big thing” in campo editoriale, quanto per ricostruire modifiche e trend in atto.
In questi giorni ci prova The Bivings Group, realtà di Washington operante da diciotto anni nel campo del lobbying, delle relazioni istituzionali e della consulenza strategica nell’ambito dei nuovi media. La sua ricerca, consultabile online, segnala in forma aggregata le caratteristiche dei siti web dei principali centro quotidiani americani, basandosi sulla speciale classifica di Audit Bureau of Circulations. Così, da un semplice elenco di funzioni e servizi offerti all’utente è possibile fotografare il cambiamento in atto.
L’edizione 2008 del The Bivings Report non risparmia novità. Le parole d’ordine sono state relazione e contenuti autoprodotti, a dimostrare come tutto il web – anche quello non strettamente collegato ai social network - stia risentendo profondamente dell’influsso dei media “social”. Ne avevamo già parlato in riferimento al New York Times, sempre più deciso ad aprire a contributi terzi, ma il cambio generazionale investe l’intero settore.
Il 76% dei quotidiani online propone le informazioni riunendole per popolarità (articoli più letti, ripresi dai blog, segnalati via e-mail), dimostrando di voler assecondare le esigenze di un parco lettori sempre più alla ricerca di notizie personalizzate, la cui importanza è determinata non solo dall’ordine in pagina ma anche dall’opinione comune. Nell’ultimo anno, inoltre, è più che raddoppiata (dal 33 al 75%) la quota di giornali che si è aperta ai commenti esterni, parte sempre più fondamentale nel ciclo di vita della notizia.
Parallelamente, si va consolidando il numero di testate che offre al suo pubblico la possibilità di salvare articoli e approfondimenti su piattaforme di social bookmarking come Digg o del.icio.us, trend questo che al limite può essere visto come una particolare forma di marketing virale.
Al limite, la vera rivoluzione del 2008 sono stati gli user generated content. lo studio ha rilevato infatti che il 58% delle testate si è aperto ai contributi prodotti dalla Rete, contro il 24% dell’anno scorso.
Non mancano le sorprese in negativo. Il paragone tra i dati resi noti ieri e quelli relativi agli anni scorsi dimostra il leggero calo del podcast. E qui le cause possono essere diverse: innanzitutto è stato annunciato come una rivoluzione, ma al momento attuale è ancora poco più di un vezzo per tecnofili e non scalda il cuore del grande pubblico. Secondariamente, la fruizione: la lettura delle testate online avviene soprattutto in orario di ufficio, quando leggere un articolo è certamente più discreto che mettersi ad ascoltare i commenti di un editorialista. Terzo, possiamo ipotizzare che la difficoltà di monetizzare i video online – problema che accomuna pure nomi come YouTube – abbia fatto optare per altre formule comunicative.
In calo, anche se quasi impercettibile, anche i blog curati da giornalisti interni alla redazione. L’anno scorso il 95% delle testate ne includeva almeno uno, oggi è il 94%. È probabile che nei prossimi anni questa percentuale scenderà ancora: c’è una questione di costo del lavoro, la concorrenza sempre più agguerrita di testate online e non-profit news site (con i quali al massimo conviene puntare a una partnership) e soprattutto è mancato l’appeal giusto per far presa.
Inevitabile tentare un abbozzo di confronto con i media italiani. Che, in mancanza di dati statistici simili a quelli del report di Bivings, può essere sintetizzato così: da un punto di vista tecnologico non abbiamo nulla da invidiare a quanto accade oltreoceano. Le testate online nostrane in questi ultimi due-tre anni hanno dato vita a interessanti partnership, ci sono i contenuti multimediali e gli strumenti più “social”. I network di blog si sono affermati e il giornalismo italiano, nonostante qualche iniziale disagio, si è profondamente legato alla Rete, fucina e incubatoio di molte novità e iniziative.
Questo per dire che le carte in regola ci sono tutte. Ciò che manca, piuttosto, sono i numeri. I lettori sono pochi, il mercato non decolla come dovrebbe: da qui una situazione di stallo che comincia a far storcere il naso a molti. Uno scenario su cui pesa la poca onestà necessaria a coinvolgere veramente le persone e avvicinarle ai nuovi media. Così, tra mezzi buchi nell’acqua e la ricerca spasmodica di una certa visibilità, l’obiettivo di portare Internet tra la gente è ancora lontano. Molto lontano.





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