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Reti sociali, tra nuove possibilità e solite illusioni
Sempre più interrogativi sul futuro dei vari Facebook, LinkedIn e MySpace. Come cambieranno dopo aver raggiunto il pubblico di massa? E soprattutto, si può ancora parlare di “socialità 2.0”?
Social network: irrinunciabile opportunità per sviluppare contatti personali e professionali, oppure amplificatore dello smarrimento individuale e collettivo?
È un po’ il cuore della riflessione odierna sui social network. Negli ultimi giorni un interessante botta e risposta sulle pagine di Business Week online ha riaperto la questione. Douglas McMillan ha parlato di Facebook-terapia a proposito del supporto morale e materiale offerto dai social network agli americani in crisi per aver perso il posto di lavoro. La risposta non si è fatta attendere e porta la firma di Marianne Paskowski, altra giornalista impegnata da tempo sul fronte dei nuovi media. Ex vice presidente di Reed Business Information e ora web editor di un blog per conto di TVWeek.com, la Paskovski ci ha messo poco a smontare l’ottimismo di McMillan, fortunatamente senza cadere nella solita demonizzazione del 2.0.
Partendo da un sondaggio informale condotto su alcuni utenti di LinkedIn, l’autrice ravvisa una sorta di ansia da partecipazione a tutti i costi alle reti sociali. Un sentimento che fa crescere gli iscritti alle varie piattaforme ma fa calare drasticamente il valore aggiunto dell’esperienza in sé. Insomma, sì, ci sarà un che di terapeutico nel partecipare alla vita collettiva online, ma dopotutto gli sforzi degli iscritti paiono di gran lunga superiori ai benefit. Da qui una chiusa polemica sul numero di contatti su LinkedIn: più se ne hanno, più si comunica un’immagine professionale che ha del disperato.
Ora, non si tratta di spartire torti e ragioni. Piuttosto vale la pena ampliare il ragionamento, provando a distinguere tra questioni diverse che, negli ultimi mesi, sono state accorpate in modo alquanto frettoloso. È vero, il 2008 è stato l’anno di Facebook e il fascino per le reti sociali professionali ha contagiato molte persone, specie in tempi di recessione.
È però chiaro (o, almeno, dovrebbe esserlo) che problemi reali richiedono soluzioni reali. Non basterà certo intensificare la propria presenza online a risolvere i mali economici del singolo e della collettività.
Secondariamente, il 2008 sarà ricordato per il raggiungimento della massa critica da parte dei social network e per il loro imporsi come piattaforma di dialogo sociale collettivo.
La domanda, semmai, è un’altra. Qual è la sorte di sistemi complessi (reali e virtuali) nel momento in cui il loro potenziale innovativo si scontra con i grandi numeri?
Semplice. Aumenta il rumore di fondo a scapito della bontà del segnale. Il proprio profilo LinkedIn, per dire, a tratti pare soffocato da milioni di competitor virtuali. Si assiste a una riorganizzazione dei modelli di interazione su basi elitarie. Piattaforme nate per essere totalmente orizzontali di colpo si scoprono non esserlo più. Si perde parte della spinta innovativa e trionfano memi e buzzword.
È quanto sta accadendo alla blogosfera italiana, per esempio, sempre più ritorta in meccanismi autoreferenziali e a loro modo asfittici. Senza voler entrare nella polemica, occorre riconoscere che la rete sociale, nel suo concetto più ampio, è alla vigilia di un profondo ripensamento.
Dopo il periodo dei pionieri e la conseguente espansione, è probabile che all’orizzonte stia per arrivare un’ondata di selettività. Che non vuol dire chiusura, ma riorganizzazione su basi qualitative della propria presenza online. Quindi contatti selezionati, gruppi ristretti, maggiore spinta verso aggregatori e filtri in grado di selezionare l’informazione, piattaforme alternative. Ma anche una possibile spinta verso reti sociali tematiche, magari arricchite da servizi aggiunti (e-mail, e-commerce, sono i primi che vengono in mente), all’insegna del “pochi ma buoni”.
La sfida dei numeri è stata vinta (e il 2.0 non è più solo roba per tecnofili e geek), ma ora bisogna affrontarne un’altra. Personalizzare il proprio stare in rete, renderlo più adatto ai nostri bisogni reali, mettere da parte l’ansia da visibilità online e riprogettare “l’esserci” all’interno del sistema web. Solo così si potrà evitare l’effetto-calderone oggi davanti agli occhi di tutti. Quello stesso effetto che la Paskowski confonde per inefficienza del mezzo.





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