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Gaza 2.0: la guerra raccontata via web
I nuovi media parlano in presa diretta di una città sotto assedio. Al Jazeera apre un canale su Twitter, mentre si moltiplicano i blog arabi dedicati al conflitto in corso
Ancora una volta è Twitter il media del momento. Mentre a Gaza continuano i combattimenti e l’opinione pubblica è sintonizzata su quanto accade nella polveriera mediorientale, i navigatori di tutto il mondo si sono affidati ai “cinguettii” per rilanciare notizie, produrre brevi (brevissimi) commenti sull’attualità, segnalare link, video, articoli e post dedicati al conflitto tra Israele e Palestina.
Niente di nuovo, eppure ancora una volta – a suo modo – una rivoluzione mediatica. Era già successo meno di due mesi fa, durante gli attentati di Mumbai. Ora il copione si ripropone e il ruolo dei media mainstream viene ridiscusso da una miriade di dispacci in 140 caratteri. Non si tratta di un’apologia del 2.0, ma della serena constatazione che spesso è sempre più difficile per l’industria della notizia rispettare due principi base di questo lavoro: tempestività e capacità di ricostruire in tutta la loro complessità gli scenari contemporanei.
Cercando “Gaza” su Tweetag, il motore di ricerca della twittersfera, le prime parole chiave a comparire sono Hamas, Israel, Terrorism, Massacre. Per dire che, a fronte di una quantità copiosa di informazioni, non corrisponde una visione condivisa dei fatti. Poi, solo in seconda battuta, arrivano i nomi dei grandi network come Bbc e Reuters.
A tuffarsi nella twittersfera – prima tra le grandi televisioni – è però Al Jazeera, che ha aperto l’account AJGaza allo scopo di raccontare in tempo reale la città sotto assedio. Ma l’”impegno digitale” del network arabo, sovente accusato di parzialità, non si esaurisce qui. Innanzitutto è l’unico network ufficialmente presente dentro Gaza con quattro corrispondenti. Trasmette non solo via satellite ma anche tramite Livestation, piattaforma video online che ospita anche chat room interattive. Sul fronte dell’infografica, gli Al Jazeera Labs hanno preparato una mappa interattiva del conflitto aggiornata anche sulla base delle user generated news, i contributi forniti da utenti, telespettatori e internauti. E per farlo utilizza Ushahidi, software open source creato all’inizio del 2008 per documentare le violenze scoppiate subito dopo le elezioni in Kenya.
Chiudono la parata, il sito web e due canali su YouTube, uno in arabo e l’altro in inglese (rispettivamente inaugurati nel 2007 e 2006), che in questi giorni offrono ovviamente un’ampia copertura degli scontri.
Poi ci sono i blog di chi si trova, suo malgrado, coinvolto nella guerra. Come Laila El-Haddad, giornalista che vive a cavallo tra la Striscia di Gaza e il North Carolina e tra i primi a ipotizzare l’utilizzo di armi non convenzionali durante i bombardamenti. Oppure PalestineBlogs, aggregatore di post che hanno come tema Gaza e la Palestina e – senza voler nulla togliere agli altri – ha il pregio di fornire all’utente uno sguardo più ampio, un resoconto a più voci della tragedia in atto. Ma c’è anche chi, come Mona El Farra, medico cinquantenne e attivista per i diritti umani, utilizza il suo blog anche come pronto soccorso digitale, offrendo la disponibilità di un pool di medici volontari ai civili feriti.
Queste sono solo alcune delle voci, tre modi differenti di utilizzare i nuovi media per fare informazione. Al Jazeera (gruppo che oggi vale circa 100 milioni di dollari) sfodera il suo arsenale per coprire l’evento dalla propria angolazione e rilanciare il proprio ruolo di voce del mondo arabo. Laila El-Haddad prova a fare inchiesta e a svelare i lati oscuri dell’ennesimo conflitto che insanguina il Paese. PalestineBlogs punta a creare un coro di commenti, una testimonianza collettiva, sottolineando a suo modo il ruolo della blogosfera innanzitutto come moltitudine. La dottoressa Mona El Farra tenta di farne uno strumento di ausilio ai propri concittadini.
Ce ne sono tanti altri. Basti pensare che la ricerca della parola “Gaza” su Google Blog fornisce più di un milione di pagine scritte tra il primo dicembre 2008 e il 6 gennaio 2009. In mezzo a tutto questo c’è la verità dei fatti, di cui ogni articolo o post non può che essere, per forza di cose, un’approssimazione. E qui i nuovi media non aiutano, perché a fare da setaccio tra noi e le informazioni interviene l’elemento umano, parziale e soggetto a errore per definizione.
Non è un caso se proprio ieri Hugues Serraf, giornalista di Rue89 – uno dei più interessanti esperimenti di informazione partecipativa – ha denunciato la disparità di trattamento tra la tragedia di Gaza e quella in corso, negli stessi giorni e con le stesse modalità, in Congo. Un conflitto silenzioso, che riserva evidentemente molto meno appeal nei confronti dell’opinione pubblica digitale.





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