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Censura: dopo Wikipedia tocca ad Archive.org

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Scritto da Piero Babudro

way back machine logo

Decine di utenti inglesi non possono consultare il sito considerato la  “memoria storica” della Rete. Internet Watch Foundation difende il proprio operato, ma la polemica non si placa   

Il caso Wikipedia sembra destinato a fare scuola. Almeno in Inghilterra dove, grazie a decine di segnalazioni da parte degli internauti, si è scoperto un analogo blocco a contenuti web ritenuti sconvenienti. 

Stavolta, però, a finire nel mirino è stato Wayback Machine, motore di ricerca interno al sito Archive.org che – come suggerisce il nome – permette un salto all’indietro nell’Internet del passato. Basta digitare l’indirizzo di un sito o portale nell’apposita barra di ricerca ed ecco che Wayback Machine ci restituisce le versioni precedenti, classificate anno per anno dal 1996 a oggi. Un’idea curiosa che consente ad esempio di rileggersi qualche vecchia prima pagina di un quotidiano online oppure di rivedere l’home page di Google quando era ancora ospitato dai server della Stanford University.

Ebbene, nelle ultime ore molti abbonati al provider londinese Demon Internet hanno sperimentato sulla propria pelle quello che potrebbe essere definito un “eccesso di zelo” dei filtri anti-pornografia: le pagine cercate erano irraggiungibili, con la scritta “not found” a campeggiare al posto dei risultati.

Interrogata a riguardo, Internet Watch Foundation – ente privato britannico che si occupa del delicato tema “Internet e minori” e ha un certo potere sanzionatorio - ha confermato lo stop a Waysback Machine (in tutto 85 miliardi di pagine, 13 anni di storia telematica), finito nella lista nera a causa di immagini hard presenti in alcuni siti indicizzati. 

Qualcosa di simile era accaduto poco più di un mese fa, il 7 dicembre 2008, quando Internet Watch Foundation aveva bloccato l’accesso alla pagina di Wikipedia contenente la copertina di Virgin Killer, album dei tedeschi Scorpions. Anche in quel caso l’immagine era sta giudicata non conforme alla normativa in vigore in Gran Bretagna, decisione peraltro revocata quasi subito dopo aver suscitato aspre polemiche in tutto il mondo.

Oggi però la situazione è più complicata. Innanzitutto nell’operazione non sembrano coinvolti tutti i provider inglesi, ma solo un paio oltre a Demon Internet. Secondariamente, stavolta si tratterebbe di un abuso bello e buono, e non solo di eccessiva solerzia. Fermo restando che Internet Watch Foundation non ha voluto rivelare i dettagli delle foto incriminate né su quali pagine siano contenute, alcuni ricordano che il codice di condotta dell’ente restringe esplicitamente il suo campo d’azione ai soli siti web. Dalla giurisdizione di IWF sono quindi esclusi gli archivi e database, come appunto Archive.org. Il quale, peraltro, blocca già da solo moltissimi indirizzi hard: quelli che sfuggono al suo controllo sono difficilissimi da ritrovare, a meno che non si conosca l’url esatto. Perché allora oscurare in toto Wayback Machine invece di limitarsi alle sole pagine incriminate?

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proibire e tassare, questo è quello che avviene nella vita di tutti i giorni; volete che chi pretende di amministrarci tralasci internet ? aspettatevi tante sorprese

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