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Twitter, 35 milioni di dollari in arrivo

google microblogging twitter venture capital

Scritto da Guido Sintoni

Un fund raising consistente, in netta controtendenza sul mercato, rende ancor più ricca Twitter, caricandola al contempo di responsabilità. Bisogna fare profitto, insomma, e in tempi rapidi

Grande depressione? No grazie. Almeno per Twitter: il popolare sito Web dedicato al microblogging punta sul tavolo delle venture capital e riesce a raggranellare 35 milioni di dollari (al cambio, poco più di 27 milioni di euro) in capitale di rischio. Assolutamente non male, visti i tempi che corrono. E decisamente un caso da manuale per una start-up nata tre anni orsono, che annovera una trentina di dipendenti e che - secondo gli analisti - potrebbe valere 250 milioni di dollari (una valutazione da new economy? Saranno tempo e mercato a stabilirlo con certezza).

L’annuncio proviene direttamente da Biz Stone, cofondatore di Twitter: “Con questo nuovo finanziamento, ci troviamo in posizione favorevole per costruire un Twitter ancor più robusto e di successo”, scrive Stone sul blog aziendale. Difficile dargli torto: gli utenti attivi “sono cresciuti del 900% in un anno”, molte realtà aziendali pensano a integrare Twitter nei propri siti Web e - visto che la fortuna aiuta gli audaci - alcuni eventi primari del 2008 si sono prestati molto bene ad essere seguiti con la formula essenziale del microblogging, Presidenziali a stelle e strisce su tutti. Senza dimenticare (ma questo è un discorso maggiormente prospettico) che la Twitter-mania sembra abbia interessato tanto il Web (con StockTwits e iniziative analoghe) quanto il desktop (TweetDeck su tutti).

Calcolatrice alla mano, per Twitter è il momento di crescere e conseguire ricavi: le sue spese prevedono i già citati dipendenti, i server e le commissioni per gli Sms inviati - anche se quest’ultimo servizio sembra in fase di ridimensionamento. “Finora, non abbiamo cercato altri fondi - ha commentato Stone - perché quanto raccolto l’anno scorso è ancora in banca. Ciononostante, la nostra grande crescita attrae interesse, e quindi abbiamo deciso di accettare l’opportunità di rendere Twitter ancora più forte e attraente”. Le previsioni sulla carta sono sempre ardue, ma è facile ipotizzare che i venture capitalist debbano dipanare una matassa abbastanza intricata: devono finanziare attività dichiaratamente a rischio per sperare in alti rendimenti a fronte di una situazione di mercato più ballerina che mai; e hanno l’obbligo di guardare al breve periodo - ovvero ai risultati finanziari - con una logica aggressiva, tipica della realtà USA, ma anche di guardare al medio e lungo termine con una frequenza e un’intensità fino ad oggi sconosciuta (già, è proprio l’effetto-crisi).

Non è difficile, quindi, prevedere che per Twitter l’imperativo sia uno solo: concretizzare i propri sforzi. Ovvero, iniziare a fare cassa. Il termine è certo forte, addirittura frenetico se rapportato a una start-up. Ma si parla di una realtà atipica, che è molto popolare, cresce a dismisura, ma apparentemente con entrate prossime allo zero. Stone ne sembra conscio: “Ora siamo messi molto bene sul piano della crescita del nostro servizio, nel fare crescere attorno a Twitter un ecosistema robusto, e sì, nell’iniziare a concepire prodotti che generino profitti“.

Una chiave di lettura, acuta e provocatoria, arriva da The Register : visto che incorporare pubblicità (cioè una plausibile fonte di guadagno) in un messaggio da 140 caratteri è problematico - e farebbe sinistramente rima con spam - “si può pensare che l’azienda possa iniziare a sviluppare servizi di tipo business, a pagamento. Ma c’è anche la probabilità che Stone e la sua azienda facciano finalmente soldi vendendosi a Google“. Chissà cosa ne pensano i piani di Googleplex…

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