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I blog e le conversazioni “pilotate”
Le aziende dovrebbero pagare i blogger in modo da farli parlare di un brand o di un prodotto. Il suggerimento viene da Forrester Research, ma non tutti sono d’accordo
Probabilmente quelli di Forrester Research non si aspettavano tanto clamore. E invece la polemica è divampata in pochissime ore, a dire il vero più negli Stati Uniti che nel resto del mondo, e ha coinvolto blogger, aziende, testate online specializzate e appassionati di Internet.
Andiamo con ordine: due giorni fa il gruppo di analisti pubblica il report “Add sponsored conversations to your toolbox”. Otto pagine dedicate alle relazioni pubbliche su Internet, nelle quali – tra le altre cose – si suggerisce l’ipotesi di pagare i blogger autorevoli per testare un prodotto o convincerli a scrivere del proprio brand. L’obiettivo è dar vita a “conversazioni sponsorizzate”, offrendo un incentivo economico e facendo in modo da pilotare, entro certi limiti, la conversazione online e il “buzz” (passaparola) in Rete.
I benefici, secondo Forrester Research, sono evidenti: il blogger diventa una sorta di testimonial aziendale, parla a una platea molto ampia e in modo semplice – come i classici spot ormai non fanno da tempo, aggiungiamo noi – e soprattutto è caratterizzato da un alto livello di persuasione.
Otto pagine che hanno riaperto una ferita antica tra le due anime del web: da una parte i puristi, secondo cui un blog deve rimanere spazio incontaminato dal marketing e dai suoi giochetti; dall’altra quelli che proprio al marketing sembrano più avvezzi e, entro certi limiti, dimostrano di accettare il suggerimento.
In seguito, è sceso in campo anche Matt Cutts di Google, ricordando che farsi coinvolgere in “conversazioni sponsorizzate” viola i parametri di qualità imposti da Mountain View: l’algoritmo di Big G riconosce i post scritti sotto dettatura e finisce per escluderli dai risultati delle query.
La questione è complessa. Personalmente mi trovo vicino a posizioni come quella espressa da ReadWriteWeb, fortemente critica nei confronti della proposta di Forrester Research. Da un punto di vista strettamente operativo, inoltre, ritengo che sponsorizzare le conversazioni, alla lunga, non porti benefici a nessuno. Né ai blogger, che finirebbero col perdere credibilità riducendosi a megafoni delle imprese. Né alle aziende, che hanno bisogno di strategie molto meno aleatorie per fare marketing. Né ai web-lettori, da sempre alla ricerca di informazione trasparente e più indipendente possibile.
Ad ogni modo, il dibattito non è certo destinato a concludersi oggi. In attesa di sviluppi e ulteriori prese di posizione, chi vuole approfondire, può leggere una lista di conversazioni sponsorizzate.





1 Guido Elettrico
il 30/03/2009 alle 11:14
Dipende come interpretiamo il concetto di "conversazioni sponsorizzate", non bisogna per forza vederle come "markette".
Possiamo scrivere articoli perchè abbiamo avuto la possibilità di testare un prodotto o servizio che magari altrimenti non avremmo pensato di provare, l'importante è l'obiettività, se poi il blogger "si vende" totalmente e non si sente più libero di esprimere puramente la sua opinione, è un problema suo e ne risponderà sicuramente con l'andare del tempo e lo scorrere dei commenti/feedback sul suo sito.
2 Piero
il 30/03/2009 alle 13:59
Ciao Guido, sono d’accordo con te su un punto: la distinzione tra recensire un prodotto o servizio e farne uno spottone occulto. Ci sono però diversi interrogativi, al di là dell’etica del singolo. Credo che molte aziende, oggi, vogliano le conversazioni pilotate PROPRIO per farsi fare lo spottone dal blogger di turno. Anche perché, francamente, se un amministratore delegato o un ufficio stampa vuole contattare un blogger e proporgli un’intervista o passargli delle notizie in anteprima o ancora invitarlo a testare l’ultima release penso possa farlo tranquillamente gratis, come fa con tutti gli altri. ;)
Secondo punto. Ho paura sia molto difficile per alcuni blogger avere i mezzi per difendere la propria professionalità e la propria indipendenza (un giornalista, coscienza a parte, ha il proprio caporedattore e la propria testata, a cui può fare riferimento in caso di ‘pressioni’ da parte di un’azienda). Se aggiungi che alcuni blogger sembrano ben contenti di diventare l’alfiere pagato di un’azienda o dell’altra (vedi in Italia il caso dei finti succhi di frutta), la cosa si complica a dismisura e, secondo me, non riserva niente di buono per la qualità dell’informazione prodotta .. A presto, Piero
3 Barbara Ripepi
il 30/03/2009 alle 17:08
Secondo me c'è anche un altro fattore in ballo. Per fare un esempio, alla nascita di Zzub.it mi sono iscritta per capire di cosa si trattasse (è un network basato su passaparola, per chi non lo conoscesse). Ho partecipato ad un paio di campagne, scrivendo esattamente quel che pensavo del prodotto in questione. Poi però mi sono ritrovata a pensare che forse se quei prodotti non mi fossero stati mandati in prova, non ne avrei scritto affatto. Da quel momento ho smesso di utilizzare Zzub. È vero che si è liberi di scrivere quel che si vuole, ma forse in questo modo ci ritroviamo a dedicare del tempo a un prodotto/servizio in maniera poco spontanea.
4 Piero
il 01/04/2009 alle 09:14
Questo mi sembra un punto molto interessante.
Se il rapporto azienda/blogger/lettore non è spontaneo, vengono a cadere tutti i presupposti di una conversazione sincera e trasparente. Anzi, di conversazione ce n'è ben poca: è uno spottone mascherato.