Panorama.it

      non hai uno username? regìstrati   /   recupera la password

apple / google / microsoft

Il web e le sue zone grigie

blog censura internet univideo web wikipedia youtube

Scritto da Piero Babudro

Aziende, mondo politico e istituzionale si affacciano alla Rete. Spesso per sfruttarne le potenzialità, altre volte per controllarla 

C’è molta attenzione per il web da parte di enti e istituzioni pubbliche. Ed è un bene, perché all’orizzonte si intravede la possibilità di un nuovo rapporto tra aziende, brand, prodotti, pubblico e mondo della politica. Tutti con lo stesso peso, in regime di piena trasparenza, all’interno di un importantissimo esercizio di democrazia e partecipazione.

Poi però c’è anche un attenzione di cui il web farebbe volentieri a meno. Un attenzione che si spinge sul labile crinale dell’ingerenza. È accaduto tutto due giorni fa, quando Guido Scorza – avvocato e docente presso il Master di diritto delle nuove tecnologie della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna – si è accorto che il file ospitato sul sito dell’onorevole Gabriella Carlucci e contenente la proposta di Legge per “Internet territorio della libertà, dei diritti e dei doveri”, sembrerebbe in realtà scritto da altri. Da Davide Rossi, per essere esatti: presidente di Univideo, associazione che raccoglie gli operatori dell’editoria audiovisiva in Italia.

Un bel problema, sul quale Scorza è tornato oggi con un editoriale intitolato “Vogliono chiudere la Rete” e che, per ora, la stessa Univideo non ci ha commentato, pur preannunciandoci un comunicato ufficiale entro la giornata di domani, martedì 10 marzo. 

Il testo della proposta dice, tra le altre cose, che “è fatto divieto di effettuare o agevolare l’immissione nella Rete di contenuti in qualsiasi forma (testuale, sonora, audiovisiva e informatica, ivi comprese le banche dati) in maniera anonima“. Una definizione generica e pericolosa, perché potrebbe dare adito a una miriade di interpretazioni. Ma a preoccupare di più è il fatto che si possa chiedere di scrivere un testo di Legge antipirateria a un’azienda con evidenti interessi nel settore su cui si vorrebbe legiferare. Un po’ come invitare un petroliere a buttare giù la bozza di una Legge per sovvenzionare e far sviluppare il mercato delle energie rinnovabili. Per dire.

Ma l’attenzione per il web non finisce qui. Ci sono le aziende pronte a mettere sul proprio libro paga i blogger, imbavagliando quel poco (o tanto) di informazione libera che finora sono stati in grado di produrre. C’è la Santa Sede, che se da un lato ha compiuto un gesto di enorme coraggio buttandosi a capofitto nell’universo di YouTube, dall’altro scrive a Icann cercando di bloccare l’apertura di domini Internet come .catholic, .anglican, .orthodox e .muslim, come se questa fosse materia di sua competenza.

C’è l’Inghilterra, dove solerti attivisti di partito modificano le voci di Wikipedia sulla base di interessi che con l’amore per la conoscenza e la condivisione non hanno niente a che spartire. C’è l’Australia che implementa un enorme filtro per l’Internet nazionale, e il senatore D’Alia che propone un bavaglio birmano per la Rete italiana.

Insomma, c’è attenzione per la Rete. Ma anche molte zone grigie. E la paura che il web, in Italia come altrove, diventi il solito pantano di intrighi economici, politici, tecnologici e ideologici.

 

 

Ore 17.45. Aggiornamento: abbiamo appena concluso una lunga chiacchierata al telefono con Davide Rossi, presidente di Univideo. Rossi ci ha spiegato che, dopo un suo intervento al convegno di Assodigitale dello scorso 15 gennaio, lo staff dell’onorevole Carlucci gli aveva chiesto di stendere la bozza, sulla scorta di una serie di esigenze e punti di vista condivisi. Tra questi, il voler normare e regolamentare l’anonimato sul web. Questa bozza poi è stata modificata e ampliata, fino a diventare il disegno di Legge presentato alla Camera e pubblicato sul sito dell’onorevole Carlucci.

L’intento – come ci ha spiegato Rossi – è consentire a chi trova sul web foto o video che considera lesivi della propria immagine di richiedere all’autore l’immediata cancellazione, senza passare per la magistratura o per altre azioni ‘forti’. A questo punto entrano in gioco le procedure di identificazione di chi vuole pubblicare in Rete: a titolo di esempio, si potrebbe pensare a qualcosa di simile alla posta certificata, che già oggi consente di mandare e-mail con valore legale. Quanto ai siti web ospitati da server italiani, lo scopo di questa proposta è di farli diventare responsabili di eventuali contenuti anonimi postati (anche dall’estero), sullo stesso principio dei quotidiani o di altri organi di informazione.     


Commenti   (Inserisci un commento)

E' il problema di quando a decidere delle cose ci pensa chi non le ha mai nemmeno viste con il binocolo.

Vedi Gelmini per la scuola, per esempio. E Carlucci per qualunque cosa non riguardi il mondo delle soubrettes.

A proposito, non ho problemi a dire chi sono, se le interessa.

Alessandro.

Vale la pena sottolineare che la proposta di legge ci è stata "venduta" come una mossa contro la pedofilia in rete

Una proposta che non mancherà di generare dibattito, questo è poco. E che paga lo scotto (se ce ne fosse bisogno) di venire subito dopo il decreto D'Alia. Comunque mi sembra molto interessante la riposta che mi ha dato al telefono Davide Rossi di Univideo, che ho sentito al telefono giusto poco fa. L'ho aggiunta in calce all'articolo. Pb.

Gli hai chiesto come mai, secondo lui, il mondo non ha bisogno di internet?

Eh eh.. :) Però c'è da dire che Rossi ha fatto una distinzione che ritengo importante.
Quella della Carlucci è una proposta di Legge, che quindi seguirà tutto un iter 'normale' prima di essere eventualmente ratificata. Invece, il decreto D'Alia - riguardo al quale Rossi si è dichiarato palesemente contrario - è un emendamento introdotto "nottetempo" all'interno di altri testi.
Questo non cambia la mia posizione. La proposta Carlucci non mi convinceva prima e non mi convince adesso. Così come non mi convince il fatto che i testi di Legge vengano fatti scrivere a soggetti che hanno interessi precisi nel settore ...

Ritengo inoltre che la dica lunga sulla coesione e sul modus operandi del mondo politico nei confronti delle nuove tecnologie. Continuano a sparare a zero sulla Rete e a muoversi più per iniziative individuali (e confuse) che per un preciso programma o punto di vista, condivisibile o meno.
Il problema non è il colore. Il problema è che il mondo della politica non sa nulla della Rete. Pb.

Piero, evidenzio la tua frase, che rachiude il nocciolo del problema.
È inaccettabile che "i testi di Legge vengano fatti scrivere a soggetti che hanno interessi precisi nel settore" e tutta la vicenda, specchietto della pedofilia incluso, mette ancora una volta in pessima luce la Carlucci.
Forse esagero ma dopo una mossa del genere da parte di un deputato (che dovrebbe avere a cura gli interessi del pubblico) sono quantomeno doverose parecchie spiegazioni e scuse, se non proprio le dimissioni.

nda

Ciao Nicola, è un problema motlo serio, che riguarda tutti i settori (e sono tanti) dove i parlamentari non hanno competenze dirette. E che per giunta non nasce nemmeno oggi. :( Con la scusa della crescente complessità della materia da normare, si apre il fianco a ingerenze di vario tipo..
Peraltro, nella chiacchierata di ieri è emersa una riflessione molto interessante: perchè non coinvolgere chi la Rete la vive quotidianamente (associazioni, provider, utenti ecc) quando ti accingi a legiferare in materia? Fai un tavolo di discussione (anche informale) tra le parti e cerchi di capire, da vicino, le reciproche esigenze. Una visione, la mia, che anche lo stesso Rossi mi è parso condividere ...

Effettua il login