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Last.fm passa gli IPRIAA?

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Scritto da Barbara Ripepi

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Techcrunch accusa il servizio di streaming di condividere dati privati dei propri utenti con RIAA, tra cui l’indirizzo IP. Grave violazione o scoop calcolato? Last.fm nega, CBS non si espone

Michael Arrington ha pubblicato un articolo su Techcrunch nel quale accusa Last.fm di condividere con RIAA i dati di streaming degli utenti tramite il gruppo dal quale è stata acquisita nel 2007, CBS; tra questi dati l’indirizzo IP, che permetterebbe a RIAA di risalire all’identità di chi ha ascoltato una tal traccia. Lo scenario metterebbe in pericolo tutti coloro i quali avessero fatto lo scrobbling di file illegali.

Last.fm, RIAA e Techcrunch: l’antefatto

Non è la prima volta che Techcrunch accusa Last.fm di andare a braccetto con RIAA: il primo articolo sul tema è comparso lo scorso febbraio, firmato da Erick Schonfeld. In seguito all’accusa risposero Richard Jones e Russ Garrett, rispettivamente co-fondatore e sistemista di Last.fm, negandone la fondatezza.
Richard Jones, in un commento al pezzo, ha usato toni abbastanza forti: “Techcrunch is full of shit“, come testimonia anche un post sul blog di Last.fm scritto in seguito alla polemica.

Cosa succede oggi

Russ Garret di Last.fm è intervenuto a più riprese su un topic dei gruppi di discussione del sito negando la violazione delle policy del sito. Gli IP non sono mai stati rivelati a RIAA e CBS non è in grado di accedere a questa tipologia di dati.
D’altra parte non arrivano dichiarazioni ufficiali sul blog del sito e nemmeno da CBS.

Come funziona Last.fm

La funzione di scrobbling delle tracce trasmette a Last.fm il nome del brano e dell’artista contenuti negli ID3tag. Su questa base il sito non solo registra il numero di ascolti, ma elabora relazioni che permettono di consigliare musica o amici tramite gli algoritmi di approssimazione.
Gli ID3 tag tuttavia sono banalmente modificabili, dunque è facile ingannare Last.fm assegnando nomi differenti; sostanzialmente RIAA con questi dati potrebbe fare ben poco. I dati registrati dal servizio potrebbero provare l’ascolto, ma non il possesso ne tantomeno la condivisione illegale dei brani.

Per fare un esempio pratico, in questo momento tramite la mia installazione di iTunes potrei ascoltare l’ultimo album di Springsteen contenuto nella playlist condivisa in rete locale dal nostro caporedattore. I file non mi appartengono, non risiedono sulla mia macchina e non possono essere copiati su disco o masterizzati. In questo caso sono certa che si tratti di file tratti da un Cd audio regolarmente acquistato, ma quante volte si può averne la certezza quando si parla di playlist condivise? Non sono responsabile di questi file, ma tramite il software di Last.fm vengono registrati tra le mie attività. Il servizio tiene traccia di ciò che ascolto, non di ciò che posseggo.

Non bisogna però dimenticare la funzione fingerprinting introdotta nel 2007, che raccoglie un maggior numero di dati per fare “pulizia” tra gli ID3 tag. Quest’opzione è però facoltativa (si tratta sostanzialmente di fare un po’ di manovalanza per rendere più attendibili i dati degli album), si attiva raramente e più essere disattivata dal software di Last.fm.

Techcrunch vs Last.fm

Forse la domanda più sensata da porsi in questo momento è cosa guadagnerebbero Last.fm e CBS nel passare i dati a RIAA, e se RIAA potrebbe realmente avvalersi di questi per bloccare il fenomeno del p2p illegale.
Per ora lo scenario proposto da Techcrunch ha fatto perdere un buon numero di utenti al servizio e fatto vacillare la sua credibilità. Vale la pena gettare alle ortiche anni lavoro per fornire dati a RIAA? O forse si tratta di una sorta di ripicca di Arrington, che pubblica uno scoop a ridosso del weekend per poi esigere risposte ufficiali da CBS in tempi brevi (mentre tutti citano Techcrunch)?

In questo caso preferisco - come sempre - osservare lo scenario come utente: meno terrorismo, più chiarezza.

Aggiornamento

CBS ha risposto negando le accuse.

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