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Facebook per la pace nel mondo
BJ Fogg lancia PeaceDot, network globale per promuovere la pace attraverso i social network
A uno degli ultimi incontri di Meet The Media Guru, BJ Fogg (direttore del Persuasive Technology Lab di Stanford) ha rilanciato con forza l’idea che internet ci aiuterà a portare la pace nel mondo nei prossimi 20 anni. In particolare grazie a strumenti come Facebook: forte dei suoi 300 milioni di iscritti, il social-network di Zuckerberg è un’ottima dimostrazione di come la captologia (disciplina fondata da Fogg per studiare il potere persuasivo delle nuove tecnologie) sia in azione online.
Dalle promesse, ora si passa ai fatti. Pochi giorni fa Fogg ha lanciato PeaceDot, un network di strumenti e persone che stanno unendo le proprie forze per promuovere la pace attraverso internet (c’è anche un nodo italiano). Tra le tante applicazioni ce n’è anche una per Facebook. Si tratta di una pagina raggiungibile all’indirizzo Peace.Facebook.com in cui sono visualizzati alcuni esempi di battaglie politiche organizzate tramite Facebook.
Tra queste, c’è anche la gigantesca manifestazione anti-Farc organizzata in Colombia. E qui già arriva il primo forte dubbio sull’operazione di Facebook e BJ Fogg: si può parlare di “pace” per una manifestazione che si inserisce in un controverso scenario di guerra che dura da anni (quello che vede opporsi le forze governative colombiane e il gruppo paramilitare delle Farc?).
Facebook può certamente aiutare a organizzare meglio il dissenso, la lotta politica. Ma si tratta appunto di una piattaforma, che può essere piegata in molte direzioni. Non solo per la costruzione della pace, ma anche per fomentare l’odio (si vedano tutte le polemiche sul razzismo su Facebook).
Più interessanti invece gli altri dati presenti su Peace.Facebook. C’è un grafico, ad esempio, che divide gli utenti per appartenenza religiosa e poi segnala il numero di amicizie strette tra ebrei e mussulmani o tra sunniti e sciiti nelle ultime ore.
Il vero potenziale politico di Facebook forse è proprio questo: aiutarci a scoprire fenomeni che difficilmente potremmo osservare senza la potente macchina di dati in azione ogni giorno su Facebook. Certo, c’è poi anche un potenziale “persuasivo” ancora inesplorato: perché non utilizzare questi dati per favorire il confronto tra gruppi politici e sociali che solitamente si contrappongono tra di loro? Ad esempio: suggerire a un palestinese di stringere amicizia con un israeliano; oppure consigliare a un nazista di visitare il gruppo di discussione di una minoranza etnica. La pace non è questione di click, ma un processo che passa soprattutto attraverso il dialogo.







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